Le evasioni e i tentativi di fuga di Renato Vallanzasca, dall’ospedale Bassi alla sparatoria di San Vittore, fino alla fuga dal traghetto Flaminia e al piano scoperto a Nuoro.
Le fughe di Renato Vallanzasca sono una parte decisiva della costruzione pubblica del suo mito criminale. Prima ancora delle ricostruzioni cinematografiche e televisive, furono le evasioni, i tentativi falliti e le rivolte carcerarie a trasformare il capo della Banda della Comasina in una figura costantemente sospesa tra cronaca giudiziaria e leggenda nera.
Vallanzasca, soprannominato “Bel René”, è stato condannato complessivamente a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione. Ma il punto da tenere fermo è questo: le sue fughe non furono episodi romantici o avventure da film. Furono atti criminali inseriti in una storia fatta di rapine, sequestri, omicidi, sparatorie e vittime reali.
Per questo raccontarle significa evitare l’effetto mitizzazione. Le evasioni di Vallanzasca mostrano l’intelligenza criminale, l’audacia e la capacità di sfruttare ogni debolezza del sistema carcerario, ma anche il lato violento di una stagione in cui Milano e l’Italia furono attraversate da bande armate, terrorismo, sequestri e paura quotidiana.

Renato Vallanzasca: dall’ospedale Bassi alla fuga armata da San Vittore
Il primo grande episodio arrivò dopo l’arresto del 1972. Vallanzasca era finito in carcere dopo l’assalto al portavalori dell’Esselunga di via Monte Rosa, insieme ad altri componenti della sua banda. Da quel momento, secondo le ricostruzioni, il carcere non fu mai vissuto come una condizione definitiva, ma come un ostacolo da superare.
La fuga del 1976 nacque da un piano diverso dalle evasioni spettacolari successive. Vallanzasca riuscì a farsi trasferire all’ospedale Bassi di Dergano per un’epatite che si sarebbe provocato da solo. Da lì evase con la complicità del piantone che avrebbe dovuto sorvegliarlo, corrotto con la promessa di una somma di denaro. Fu una fuga meno rumorosa di quelle successive, ma molto efficace: fuori dal carcere, Vallanzasca tornò a riorganizzare la propria rete criminale.
Il secondo episodio simbolo fu quello del 28 aprile 1980, a San Vittore. Durante l’ora d’aria comparvero tre pistole nelle mani dei detenuti. Vallanzasca e Corrado Alunni, ex brigatista, furono tra i protagonisti di una fuga collettiva. Il brigadiere Romano Saccoccio venne preso in ostaggio e un gruppo di detenuti riuscì ad aprirsi un varco fuori dal carcere.
La fuga però durò poco. Dopo l’uscita da San Vittore, la vicenda si trasformò in una sparatoria per le strade di Milano. Vallanzasca fu ferito e riportato in carcere. Quella giornata rimase una delle evasioni più clamorose della cronaca italiana: non perché garantì una lunga latitanza, ma perché portò il carcere, le armi e la violenza direttamente nel cuore della città.
L’oblò del Flaminia e l’ultimo piano a Nuoro
La fuga più famosa arrivò il 18 luglio 1987. Vallanzasca doveva essere trasferito in Sardegna, verso il carcere di Badu ’e Carros, a Nuoro. Si trovava sul traghetto Flaminia della Tirrenia, ormeggiato a Genova e diretto a Porto Torres. La sorveglianza sembrava garantita da cinque carabinieri di scorta, ma nella cabina c’era un dettaglio decisivo: un oblò.
Vallanzasca riuscì a passare da quella piccola apertura e a lasciare il traghetto a piedi, eludendo la scorta. Fu una fuga entrata subito nella mitologia criminale italiana proprio per la sua semplicità apparente: nessuna sparatoria, nessuna rivolta, nessun ostaggio. Solo un varco minuscolo, un errore di valutazione e la capacità di approfittarne.
La latitanza durò meno di un mese. Venne catturato l’8 agosto 1987 a un posto di blocco a Grado, in provincia di Gorizia, mentre cercava di raggiungere Trieste. Secondo le ricostruzioni, dopo la cattura raccontò di non avere pianificato tutto in anticipo: avrebbe visto l’oblò e non avrebbe resistito alla possibilità di tentare.
L’ultimo grande capitolo arrivò nel 1995, ancora a Badu ’e Carros. Questa volta non fu una fuga riuscita, ma un piano sventato. Nella sua cella vennero trovati un telefonino, schede telefoniche e una pistola 7,65 con cinque proiettili. Secondo le cronache, il tentativo era stato programmato per Capodanno, ma una perquisizione della polizia penitenziaria bloccò tutto prima che potesse realizzarsi.
Le fughe di Vallanzasca raccontano quindi una parabola precisa: dalla fuga “silenziosa” dall’ospedale, alla violenza armata di San Vittore, fino all’evasione quasi cinematografica dal traghetto e al piano fallito di Nuoro. Sono episodi che spiegano perché il suo nome sia rimasto così legato all’idea di evasione. Ma dietro il mito resta la realtà giudiziaria: Renato Vallanzasca non fu un antieroe, ma un criminale condannato per una lunga scia di reati gravissimi.